blockchain that runs exactly as written when it is called, holding and moving funds according to its code, without an intermediary able to change the outcome.">smart contract holding reserves of two or more tokens, supplied by users, that a decentralized exchange uses to execute trades automatically at a price set by a formula.">pool diverge, compared with simply holding the same tokens in a wallet. It becomes permanent when the provider withdraws.">Il white paper di Bitcoin (in inglese) si chiude con un elenco di otto riferimenti bibliografici. Tre portano gli stessi due nomi, Stuart Haber e W. Scott Stornetta, due ricercatori che nei primi anni Novanta cercarono un modo per provare la data di un documento digitale. Un altro è uno schema contro lo spam firmato dal crittografo Adam Back. Un altro ancora è un saggio pubblicato su una mailing list nel 1998. L’ultimo è un manuale di probabilità del 1957.
Chi ha inventato la blockchain, allora? Nessuno da solo. La catena di registrazioni collegate arriva da Haber e Stornetta, nel 1991. L’enigma costoso che rende cara la falsificazione del registro arriva da Hashcash di Adam Back, nel 1997, con radici accademiche più antiche. L’idea di una moneta tenuta su un registro pubblico condiviso arriva da Wei Dai e Nick Szabo. Il 31 ottobre 2008 lo pseudonimo Satoshi Nakamoto inviò a una mailing list di crittografia un testo che univa questi pezzi in un modo che nessuno dei loro autori aveva trovato, e aggiungeva l’incentivo che li tiene insieme.
Questa lezione segue la staffetta un problema alla volta, e si ferma su ogni tentativo che non ce l’ha fatta. È la sesta lezione del nostro percorso su moneta ed economia e riprende il filo di la lezione su come le banche creano moneta: ogni sistema di questa storia doveva rispondere alla domanda a cui una banca risponde ogni giorno, cioè chi tiene il registro e chi impedisce di spendere due volte la stessa moneta. Se Bitcoin per te è ancora nuovo, parti da la nostra guida a cos’è Bitcoin e da quella sulla blockchain.
Il problema di tutti i precursori: una moneta senza intermediario di fiducia
Una moneta digitale è un file, e i file si copiano. Il denaro di carta risolve la copia con la sicurezza fisica. La banca la risolve con un registro: il tuo saldo è una riga nei suoi libri e, quando paghi, sposta l’importo dalla tua riga a quella di un altro. Spendere due volte la stessa somma è impossibile perché una sola parte vede tutte le operazioni, nell’ordine in cui arrivano.
È il problema della doppia spesa e, per gran parte della storia del denaro digitale, l’unica risposta è stata una parte centrale di cui fidarsi. Il white paper descrive il costo di questa risposta in una riga: in un sistema gestito da una zecca, scrive, «the fate of the entire money system depends on the company running the mint» (il destino dell’intero sistema monetario dipende dall’azienda che gestisce la zecca), con ogni pagamento che le passa davanti, proprio come in una banca.
Dai primi anni Ottanta due gruppi diversi lavorarono su pezzi di questo rompicapo. I crittografi accademici scrivevano articoli su contante digitale, marcatura temporale e funzioni di costo. Una mailing list chiamata Cypherpunks, che Arvind Narayanan e Jeremy Clark descrivono nella loro storia delle idee di Bitcoin del 2017 per ACM Queue (in inglese) come attivisti decisi a cambiare la società con la crittografia e contrari al potere dei governi e delle istituzioni centrali, discuteva le stesse idee in chiave più pratica e più politica. Back, Dai, Szabo e Hal Finney scrivevano tutti lì.
Narayanan, informatico a Princeton, e Clark formulano la tesi che questa lezione mette alla prova. Nelle loro parole, «nearly all of the technical components of bitcoin originated in the academic literature of the 1980s and ’90s»: quasi tutti i componenti tecnici di Bitcoin nascono nella letteratura accademica degli anni Ottanta e Novanta. Aggiungono che lo scopo non è sminuire ciò che ha fatto Nakamoto. Le sezioni che seguono verificano l’affermazione pezzo per pezzo.
David Chaum, eCash e perché DigiCash fallì nel 1998
David Chaum, crittografo americano, è la persona che Narayanan e Clark chiamano il padre del contante digitale. Il suo lavoro fissò l’obiettivo di tutti quelli che vennero dopo: contante che si può spedire in rete e che, come una banconota, non dice alla banca chi sei.
Firme cieche: una banca firma una moneta che non vede
Il suo articolo del 1981 sulla posta elettronica non tracciabile definiva lo pseudonimo come una chiave pubblica, un nome che è soltanto un numero sotto il tuo controllo. Negli anni Ottanta aggiunse le firme cieche. L’utente prepara una moneta, ne nasconde il numero di serie e la fa firmare dalla banca; la banca addebita il conto ma non vede mai quel numero. Più tardi la moneta viene spesa, il negozio la deposita e la banca può verificare la propria firma senza collegare la moneta a chi l’aveva prelevata. Narayanan e Clark definiscono le firme cieche l’idea tecnica chiave del suo contante digitale, esposta in un articolo del 1985 su Communications of the ACM.
La banca resta al centro di questo schema. Emette ogni moneta e controlla ogni deposito confrontandolo con l’elenco dei numeri di serie già spesi. Chaum risolse la riservatezza. Non cercò di eliminare la banca, e nel suo sistema è proprio la banca a fermare la doppia spesa.
DigiCash, Mark Twain Bank e il fallimento del 1998
Chaum fondò DigiCash ad Amsterdam alla fine degli anni Ottanta (le fonti indicano il 1989 o il 1990) per vendere il sistema, chiamato eCash, alle banche. Diverse banche lo provarono. Negli Stati Uniti quella che lo offrì ai clienti fu la Mark Twain Bank di St. Louis.
I numeri restarono piccoli. Secondo un articolo di American Banker del novembre 1998, ripubblicato su una mailing list di crittografia, Mark Twain chiuse in settembre 1998 la sua sperimentazione triennale di eCash, dopo essere stata acquistata da Mercantile Bancorp. Aveva circa 5.000 clienti eCash e un dirigente di Mercantile disse che in totale avevano depositato «significantly less» (molto meno) di 100.000 dollari. Lo stesso articolo riportava che DigiCash, ormai di base a Palo Alto, in California, aveva chiesto la protezione del Chapter 11 sui fallimenti la settimana prima.
Perché DigiCash fallì? La versione abituale, che Narayanan e Clark riassumono per poi complicarla, è che servivano banche disposte ad aderire e furono troppo poche. I documenti la confermano fin lì: un sistema costruito attorno a una banca si ferma quando la banca se ne va. Sopravvisse l’idea. Gli pseudonimi di Chaum, chiavi pubbliche al posto delle identità, sono il modo in cui funzionano oggi gli indirizzi Bitcoin, e Narayanan e Clark descrivono Bitcoin come la realizzazione più riuscita di quell’idea.
Chi ha inventato la blockchain: la catena di Haber e Stornetta del 1991
Il più stretto antenato della struttura dati che oggi chiamiamo blockchain è un articolo sui notai. Nel 1991 Stuart Haber e W. Scott Stornetta, ricercatori di Bellcore nel New Jersey, pubblicarono sul Journal of Cryptology «How to time-stamp a digital document». Il loro problema: un file si può modificare e retrodatare a piacere, quindi come si dimostra che un contratto, un quaderno di laboratorio o la bozza di un brevetto esistevano in una certa forma in un certo giorno?
La risposta evita di fidarsi ciecamente del servizio di marcatura temporale. Un documento viene ridotto a una breve impronta, un hash. Ogni nuovo certificato di marcatura include informazioni di quello precedente, e così i certificati formano una catena. Per retrodatare un documento, un servizio disonesto dovrebbe riscrivere tutti i certificati successivi, che però sono già in mano ad altri. L’abstract dell’articolo fissa l’obiettivo di rendere impraticabili retrodatazione e postdatazione anche nel caso in cui il servizio si metta d’accordo con un utente.
In un articolo datato marzo 1992 e pubblicato nel 1993 con Dave Bayer, matematico al Barnard College della Columbia University, i due raggruppavano i documenti in lotti con gli alberi di Merkle, così che un solo hash potesse rappresentarne molti. È lo stesso trucco con cui un blocco di Bitcoin riassume le proprie transazioni, e il white paper lo cita. Narayanan e Clark scrivono che la struttura del registro di Bitcoin è stata presa in prestito, con modifiche minime, dagli articoli di Haber e Stornetta dal 1990 al 1997, e ricordano che Josh Benaloh e Michael de Mare arrivarono in modo indipendente a idee simili nel 1991.

Il white paper descrive il proprio server di marcatura temporale con parole che seguono da vicino questo lavoro: «A timestamp server works by taking a hash of a block of items to be timestamped and widely publishing the hash». Per quel passaggio cita Haber e Stornetta tre volte, con articoli del 1991, del 1993 e del 1997, più uno studio del 1999 sulla marcatura temporale di Henri Massias, Xavier Serret Avila e Jean-Jacques Quisquater.
Surety e un hash sul New York Times
Haber e Stornetta trasformarono l’idea in un’azienda. In un messaggio del 19 giugno 1994 alla lista Cypherpunks, ripubblicato da Tim May in agosto, Haber scrisse che Bellcore aveva dato vita a Surety Technologies per portare la marcatura temporale digitale a un uso ampio. Altri resoconti datano l’azienda o il suo servizio commerciale al 1994 o al 1995.
Il trucco della pubblicazione è più vecchio dell’azienda. Nello stesso messaggio Haber diceva che lui e Stornetta chiudevano ogni settimana i loro alberi di hash e ne stampavano la radice negli annunci pubblici del New York Times della domenica, e lo facevano da più di due anni, il che porta al 1992. Vice riportò nel 2018 che l’hash settimanale di Surety compariva dal 1995, quindi la data di inizio dipende dalla fonte. Il metodo no: un numero che riassume tutti i documenti marcati in quella settimana, stampato dove nessuno poteva cambiarlo di nascosto. Chiunque avesse un vecchio giornale poteva controllare che il servizio non avesse riscritto i propri archivi.
Alcuni autori chiamano Surety la prima blockchain. È un modo di inquadrare la cosa, e il resoconto di Narayanan e Clark ne mostra i limiti. Haber e Stornetta accennarono agli usi finanziari solo di passaggio; la loro catena aveva ancora una sola azienda che aggiungeva le registrazioni e la sua sicurezza poggiava sulla pubblicazione, non su qualcuno che gareggiasse per scrivere la voce successiva. Da loro Bitcoin prese la struttura dati. Il modo di proteggerla senza un marcatore di fiducia venne da altrove.
C’è un’altra stranezza nella risposta a chi ha inventato la blockchain: Nakamoto non usò mai la parola. Cerca nelle nove pagine del white paper e «blockchain» non compare nemmeno una volta; l’espressione più vicina è «a chain of blocks», nella sezione che calcola le probabilità di un attaccante. Narayanan e Clark fecero la stessa osservazione nel 2017 e aggiunsero che il termine non ha ancora una definizione tecnica standard.
Hashcash nel 1997: un francobollo che costa tempo di calcolo
Il secondo pezzo è un modo per rendere una cosa costosa da produrre e facile da verificare. Adam Back, crittografo attivo sulla lista Cypherpunks, diffuse Hashcash nel 1997 come difesa contro lo spam e contro l’abuso dei remailer anonimi. La data stessa è un piccolo enigma: il suo annuncio sulla lista porta la data del 28 marzo 1997, mentre il suo articolo del 2002 parla di maggio 1997.
Il meccanismo sta in poche righe. Prima di inviare un’email, il computer del mittente cerca un valore che, sottoposto a hash insieme all’indirizzo del destinatario, dia un risultato i cui primi bit sono tutti zero; più zeri si richiedono, più dura la ricerca. Trovarlo richiede molti tentativi; controllarlo ne richiede uno. Back lo chiamò collisione parziale di hash. Pochi francobolli costano poco a un mittente normale; milioni costano a uno spammer tempo reale di hardware. Il suo articolo descrive Hashcash come un modo per «throttle systematic abuse of un-metered internet resources such as email», cioè frenare l’abuso sistematico di risorse di rete non misurate come la posta elettronica.
Back non fu il primo ad avere l’idea e lo disse. Nell’articolo del 2002 osserva che, quando pubblicò Hashcash, non conosceva il lavoro precedente di Cynthia Dwork e Moni Naor, che nel 1992 avevano proposto di far pagare in calcolo chi invia posta spazzatura. Il termine stesso arrivò più tardi: secondo Narayanan e Clark, «proof of work» (prova di lavoro) fu coniato nel 1999 da Markus Jakobsson e Ari Juels. La nostra voce di glossario sulla proof of work spiega come funziona l’idea nel mining di oggi.
Hashcash non era denaro. Un francobollo valeva una volta, per un solo destinatario. Non si poteva girare a un altro e nulla impediva di mostrare lo stesso francobollo due volte in posti diversi. Narayanan e Clark lo dicono senza giri di parole: Hashcash non ha alcuna protezione contro la doppia spesa. Il white paper di Bitcoin prende in prestito l’enigma costoso e nient’altro, e dice di aver bisogno di «a proof-of-work system similar to Adam Back’s Hashcash».
Back ebbe anche una piccola parte nel modo in cui la storia si ricollega. Nella sua prima email a Wei Dai, il 22 agosto 2008, Satoshi scrisse che «Adam Back (hashcash.org) noticed the similarities», aveva notato le somiglianze, e lo indirizzò alla pagina di b-money di Dai.
b-money nel 1998 e bit gold: moneta fatta di proof of work
Hashcash produceva gettoni costosi. Due saggi si chiesero il passo successivo: quei gettoni possono essere moneta, registrata su un libro mastro che non appartiene a nessuno?
Il b-money di Wei Dai
Wei Dai pubblicò b-money sulla lista Cypherpunks nel 1998; è l’anno che indicò quando Satoshi glielo chiese, e il white paper lo elenca come primo riferimento. Il saggio descrive due protocolli. Nel primo, ogni partecipante conserva una copia di quanto denaro possiede ciascuno pseudonimo. Chiunque può creare moneta trasmettendo la soluzione di un problema computazionale non ancora risolto, e i pagamenti sono messaggi firmati inviati a tutti.
Dai definì la prima versione poco pratica, perché richiede un canale di trasmissione che sia insieme sincrono e impossibile da disturbare. Nella seconda, un sottoinsieme di partecipanti, i server, tiene i conti e versa depositi che perde se bara. Ammise che dei server bisogna fidarsi, almeno in parte. b-money non fu mai realizzato.
Satoshi lo prese sul serio. L’email dell’agosto 2008 chiedeva a Dai l’anno di pubblicazione per citarlo correttamente; Satoshi aveva ipotizzato il 2006. Il 10 gennaio 2009, dopo il rilascio del primo software, Satoshi scrisse di nuovo a Dai: «I think it achieves nearly all the goals you set out to solve in your b-money paper», penso che raggiunga quasi tutti gli obiettivi che ti eri posto con b-money.
Il bit gold di Nick Szabo
Nick Szabo aveva già scritto nel 1994 di smart contract, l’idea che un programma possa far rispettare un accordo (la nostra voce di glossario sugli smart contract la sviluppa). Il suo saggio su bit gold è più difficile da datare. Il post sul suo blog sta sotto un indirizzo di dicembre 2005, la pagina stessa porta l’intestazione 27 dicembre 2008, e Narayanan e Clark lo elencano sotto il 2008. Szabo lo apre dicendo soltanto di aver avuto l’idea «a long time ago», molto tempo fa. Resoconti successivi collocano l’idea alla fine degli anni Novanta; non abbiamo trovato una fonte primaria che fissi l’anno.
Il progetto somiglia molto a Bitcoin. Un partecipante prende una stringa di sfida pubblica e le applica una funzione costosa; i bit ottenuti sono la prova di lavoro. La prova viene marcata nel tempo da più servizi indipendenti e la proprietà è tenuta in un registro distribuito dei titoli, una catena di firme da un proprietario al successivo. Ogni nuova stringa prende la propria sfida dall’ultima creata, così le stringhe si legano in una catena. Il motivo di Szabo era quello che questo percorso incontra di continuo: la moneta tradizionale dipende dalla fiducia in un terzo, e l’oro, l’alternativa, non viaggia in rete.
Vide anche un difetto del proprio schema. Poiché il valore di bit gold seguiva il costo di produzione, un salto improvviso nella velocità dell’hardware poteva inondare l’offerta. Il white paper non cita bit gold.
Che cosa lasciavano aperto i due saggi
Narayanan e Clark individuano la lacuna. In entrambe le proposte, a certificare la creazione e il trasferimento della moneta sono server di marcatura temporale. Se quei server non concordano, scrivono, non c’è un modo chiaro per risolvere il disaccordo. E chiunque può far girare molti server sotto nomi diversi, il cosiddetto problema Sybil, quindi un voto tra server è sicuro quanto lo è il custode che decide chi può votare. Nessuno dei due saggi conteneva un metodo di consenso capace di fermare la doppia spesa senza qualcuno di fiducia al cancello.
RPOW di Hal Finney, 2004
Hal Finney, programmatore e cypherpunk di lungo corso, costruì l’unico sistema funzionante di questa famiglia. Il suo Reusable Proofs of Work, proposto nel 2004 secondo Bitcoin Magazine (in inglese), permetteva di trasformare una prova in stile Hashcash in un gettone che si poteva passare ad altri. Il trucco era un server che registrava il proprietario di ogni gettone e scambiava un gettone speso con uno nuovo.
Per rispondere all’ovvia obiezione, che il gestore potesse barare, Finney faceva girare il server su un coprocessore sicuro IBM 4758 e permetteva agli utenti di verificare da remoto che eseguisse il codice pubblicato. Come dice la pagina del Satoshi Nakamoto Institute su RPOW, la proprietà restava registrata su un server di fiducia. Finney sarebbe diventato poi, secondo Bitcoin Magazine, la prima persona a ricevere da Satoshi una transazione in bitcoin, all’inizio del 2009.
e-gold: la moneta digitale che funzionava e fu chiusa
Qui va aggiunto un altro precedente, anche se non condivide codice con Bitcoin e il white paper non lo nomina mai. e-gold, lanciata nel 1996 da Douglas Jackson, oncologo, e Barry Downey, avvocato, secondo una storia del caso pubblicata da Pacific Standard nel 2014, era un sistema di pagamento online le cui unità si dicevano garantite da oro tenuto in riserva. I conti li teneva la società. Era semplice e crebbe.
Attirò anche i criminali. Un gran giurì federale incriminò il 24 aprile 2007 E-Gold Ltd, la sua affiliata Gold & Silver Reserve Inc. e tre amministratori. Il comunicato sull’incriminazione diceva che per aprire un conto bastava un indirizzo email valido, una contestazione a quello stadio. Il 21 luglio 2008 il Dipartimento di Giustizia annunciò che le società e Douglas Jackson si erano dichiarati colpevoli di associazione per riciclaggio e di esercizio di un’attività di trasferimento di denaro senza licenza; Downey e Reid Jackson si dichiararono colpevoli di reati previsti nel Distretto di Columbia per aver operato senza licenza.
I termini dell’accordo si leggono come l’elenco di ciò che le norme statunitensi chiedono oggi a un’azienda di pagamenti. Le società accettarono un provvedimento di confisca da 1,75 milioni di dollari, di registrarsi come attività di servizi monetari, di verificare l’identità dei clienti e segnalare le operazioni sospette sotto la supervisione della divisione dell’IRS per il Bank Secrecy Act, e di assumere un revisore che controllasse che le transazioni fossero interamente garantite da oro. La lezione di e-gold è strutturale: una società che tiene i conti di tutti è un punto unico che procuratori, autorità di vigilanza e tribunali possono raggiungere.
È lo sfondo su cui nacque Bitcoin. DigiCash fallì quando la sua banca se ne andò. e-gold fu fermata attraverso i suoi gestori. Entrambe erano condotte da un’azienda identificabile. Bitcoin, il cui white paper uscì il 31 ottobre 2008, tre mesi dopo le dichiarazioni di colpevolezza di e-gold, non aveva un’azienda a cui far firmare un contratto e nessuna da incriminare.
Che cosa aggiunse Satoshi nel 2008: l’assemblaggio
Nakamoto pubblicò il testo sulla mailing list Cryptography il 31 ottobre 2008. L’annuncio elencava le proprietà principali, tra cui «No mint or other trusted parties» (nessuna zecca né altre parti di fiducia) e monete nuove create con una proof of work in stile Hashcash. Leggendo in ordine le sezioni da 2 a 4 del white paper, i prestiti si allineano. Le transazioni sono annunciate pubblicamente, con citazione di Dai. Un server di marcatura temporale concatena gli hash dei blocchi, con citazione di Haber, Stornetta e del gruppo di Massias. Poi arriva il passo nuovo: il server di marcatura diventa peer to peer usando la proof of work al posto di un giornale. Chi trova il blocco valido successivo estende la catena, e la catena più lunga, quella con più lavoro di calcolo dietro, è la storia valida. Il testo chiama la proof of work «essentially one-CPU-one-vote», in sostanza un voto per ogni processore.
Quest’ultima mossa risponde alla lacuna di b-money e bit gold. Nessuno deve decidere chi siano i server, perché il voto è pesato dalla potenza di calcolo, che non si può falsificare inventando nomi. E risponde alla debolezza di Hashcash: le soluzioni dell’enigma non sono più la moneta. Narayanan e Clark insistono su questo punto: in Bitcoin le soluzioni servono a proteggere il registro, e le monete sono voci del registro.
Poi c’è l’incentivo. Ogni blocco paga a chi lo trova monete nuove più le commissioni contenute nel blocco. I miner spendono in hardware ed elettricità perché le monete hanno valore; le monete hanno valore perché il registro è sicuro; il registro è sicuro perché i miner gareggiano per estenderlo. Narayanan e Clark descrivono questa dipendenza circolare come la parte che nessun precursore aveva: gli autori di Hashcash, b-money e bit gold non avevano incluso un algoritmo di consenso contro la doppia spesa, e i ricercatori di marcatura temporale e tolleranza ai guasti non avevano pensato di pagare i nodi perché siano onesti.

Il loro giudizio sta in una riga: «Nakamoto’s genius, then, wasn’t any of the individual components of bitcoin», il genio di Nakamoto non stava in nessuno dei singoli componenti, ma nel modo in cui li ha messi insieme. Satoshi non sostenne il contrario. Il testo cita le proprie fonti, e il riassunto che dà del problema è uno di quelli che queste pagine hanno già incontrato cinque volte. Chaum e Szabo non compaiono tra i suoi riferimenti: è un fatto da sapere, non la prova di qualcosa di più.
Resta aperta la discussione su quanta parte sia ricombinazione e quanta invenzione. Il bit gold di Szabo contiene una catena di prove, il b-money di Dai un registro pubblico e moneta coniata. Se il circuito degli incentivi sia un passo grande o uno naturale è un giudizio, e gli storici della materia rispondono in modo diverso.
Chi ha risolto che cosa, dal 1981 al 2008
La tabella riassume il contributo di ogni precursore. Dove le fonti danno due date, le riportiamo entrambe.
| Anno | Chi | Pezzo del rompicapo | Che cosa mancava | Citato nel white paper |
|---|---|---|---|---|
| 1981 e 1985 | David Chaum | Pseudonimi come chiavi pubbliche; firme cieche per un contante digitale riservato | Una banca emette ogni moneta e ferma la doppia spesa | No |
| 1989 o 1990 fino al 1998 | DigiCash (Chaum) | eCash venduto alle banche; prova con Mark Twain Bank e circa 5.000 utenti | Le banche non lo adottarono; Chapter 11 nel 1998 | No |
| 1991 e 1993 | Stuart Haber, W. Scott Stornetta (e Dave Bayer) | Marcature temporali legate da hash, poi alberi di Merkle per raggruppare i documenti | Un solo servizio di marcatura; nessuna moneta, nessuna gara aperta per scrivere | Sì, tre articoli |
| 1992 | Cynthia Dwork, Moni Naor | Pagare in calcolo per inviare email | Non è moneta; ignoto a Back nel 1997 | No |
| 1996; dichiarazioni di colpevolezza nel 2008 | e-gold (Jackson, Downey) | Una valuta online garantita da oro, usata su larga scala | Una società teneva tutti i conti; colpevolezza a luglio 2008 | No |
| 1997 (marzo o maggio) | Adam Back, Hashcash | Collisioni parziali di hash: costose da produrre, immediate da verificare | Francobolli monouso, nessuna protezione dalla doppia spesa | Sì (articolo del 2002) |
| 1998 | Wei Dai, b-money | Moneta coniata risolvendo problemi; registro tenuto da tutti o da server | Nessun modo di dirimere i disaccordi; mai realizzato | Sì |
| Post del 2005 (idea precedente) | Nick Szabo, bit gold | Prove di lavoro concatenate, registro dei titoli dei proprietari | Stessa lacuna sul consenso; offerta legata al costo dell’hardware | No |
| 2004 | Hal Finney, RPOW | Gettoni di proof of work riutilizzabili, software funzionante | Dipendeva da un solo server di fiducia | No |
| 2008 | Satoshi Nakamoto | Proof of work per scegliere la catena, più ricompensa di blocco e commissioni | Identità sconosciuta | Autore |
Come leggere le affermazioni «X ha inventato la blockchain»
La staffetta conta anche oltre la storia. Ogni pochi mesi un’azienda o un comunicato attribuisce a qualcuno l’invenzione della blockchain, oppure un nuovo progetto presenta come propria un’idea nota. Bastano pochi controlli.
- Chiediti di quale parte si parla. Una catena di hash risale al 1991; un registro tenuto da più parti compare in saggi del 1998; la gara aperta per scrivere il blocco successivo compare nel 2008. Un’affermazione può essere vera per una e falsa per le altre.
- Cerca la parte di fiducia. In DigiCash era la banca, in Surety l’azienda che marca nel tempo, in RPOW il server, in e-gold il gestore. Un progetto che ne ha ancora una non ha risolto il problema che Bitcoin si era posto, comunque si chiami.
- Controlla i riferimenti. Il white paper ne elenca otto. Un progetto che non cita nessuno chiede più fiducia, non meno.
- Separa la parola dalla cosa. «Blockchain» si usa anche per database condivisi gestiti da una manciata di aziende note; la nostra guida a blockchain pubbliche e private spiega quanto distino dal disegno aperto di Bitcoin.
Una storia americana ed europea, vista dall’Italia
Nessuno dei protagonisti di questa storia è italiano. Chaum è americano, DigiCash aveva sede ad Amsterdam, Haber e Stornetta lavoravano a Bellcore, nel New Jersey. Il nome europeo più vicino al white paper è quello del crittografo belga Jean-Jacques Quisquater, coautore di uno degli studi sulla marcatura temporale che Nakamoto cita.
Il filo con l’Italia di oggi passa dalle regole. e-gold fu fermata perché trasferiva denaro senza licenza e senza identificare i clienti: autorizzazione e identificazione dei clienti sono oggi due capisaldi delle norme europee sulle cripto-attività. Come funzionano, autorità italiane comprese, lo spiega la nostra guida al regolamento MiCA.
La storia del denaro in questo percorso va da conchiglie e monete ai depositi bancari e, qui, a una valuta senza emittente. La nostra cronologia della storia delle criptovalute la porta avanti dal 2009, e una lezione successiva di questo percorso tratterà la tokenomics, le regole che stabiliscono quante monete esistono e a chi vanno.



